sabato 2 marzo 2013

Pietre magiche

E' una di quelle vite che non sono flussi di parole ma attriti con l'asfalto, e ti dici, maledizione dovrebbe essere tutto così, tutto dovrebbe scorrere addosso, fare un giro intorno al cuore e tornare indietro al punto di partenza: tu, una vita come un flusso cosmico che alimenta se stesso.
Ma non va proprio così, la vita è più come un insieme di sassi, e tu dici, cazzo mi sono presa una storta alla caviglia, e infilando il tacco nel modo sbagliato cade anche la borsa lasciata aperta per distrazione. Come risultato si rovesciano tutti i sogni; si perdono nella terra che inghiotte tutto e non restituisce più niente. Così perdi. Perdi l'equilibrio, il tacco della tua scarpa preferita e i tuoi sogni: sempre tu.
La cosa peggiore è che ti smagli anche le calze, ti accorgi dell'odore ramato del sangue e piangi un po'. Ti dici che non puoi farci niente per quei sogni, che nessuno potrà mai restituirli e allora ti rialzi, sola con il tuo tacco rotto. Getti la scarpa, chiudi la borsa e ricominci a camminare. Ti dimentichi di aver desiderato che la tua vita fosse liquida, che come una corrente potesse avvolgerti e spingerti un po' più in là delle tue paure. Dimentichi. Le cose cambiano tutte in una volta però, e proprio quando ti sei guadagnata un'altra borsa e un altro paio di scarpe, accade la magia: qualcuno ti regala un sasso.
A quel punto piangi di nuovo ché da qualche parte s'è rotto qualcosa, il sasso è stato lanciato dentro di te e ha fatto breccia.
Ecco, è così che succede, è proprio così che uno ti restituisce ciò che avevi dimenticato di desiderare: il sasso che era stato un inciampo è divenuto la tua nuova base di partenza. 

 

giovedì 21 febbraio 2013

Prima di andare a dormire

sull'orlo, movimento infantile di gambe, sollevo le pagine come una sorpresa.
giro te che sei la storia, ti giro con il cuore. baciata da una luce soffusa, mi osservi gingillarmi su un equilibrio precario, con gli occhi vivi mi scruti, ogni centimetro di pelle che solo la notte può accarezzare, ti lascio solo il tempo per girare pagina, libro geloso incostante imprevisto.
sento il sonno avvicinarsi e tu mi pesi sulla pancia con la faccia, non mi lasciare, ancora un po', un'altra pagina ancora, sussurri al mio cuore.
un'altra pagina amore, e poi ti devo lasciare.
a domani, sono capace di leggerti in silenzio mentre mi mordo le labbra, e tu mi desideri ancora una volta. una volta prima di andare a dormire.
a domani, che le promesse le so mantenere.
E tu?

sabato 9 febbraio 2013

Cose stra-ordinarie

allora io entro e tu sei già lì, o magari capita che entri tu e io ci sono già. e quello è un momento timidissimo perchè tutti e due facciamo finta di niente, non solleviamo neanche la testa. incredibile che dopo tutto questo tempo lo facciamo ancora, come fossimo eterni sconosciuti che si scambiano il primo sguardo ogni volta, ogni mattina. poi mi metto a bollire l'acqua per te e tu scaldi il latte a me. per i biscotti ci siamo accordati, quelli più economici. vabbè da qualche parte dobbiamo risparmiare per i due locali. abbiamo deciso i biscotti perché ai viaggi non sappiamo rinunciare, che amiamo entrambi i treni e non possiamo smettere di salirci per andare da qualche parte. e poi dei libri dobbiamo assolutamente averne due copie, ma non perché siamo egoisti e ognuno ha la sua, ma perché con uno ci tappezziamo le pareti, l'altro lo sgualciamo a turno, una pagina tu e una io o tutti e due insieme. capita che stiamo in silenzio, che tu guardi il tavolo e io fuori dalla finestra, ma per noi va anche bene così, ché se abbiamo da litigare lo facciamo forte, quindi stare in silenzio incredibilmente vicino, bilancia la nostra quotidianità. ti prepari e pure io come ad un appuntamento, che in effetti è quello che è, un appuntamento di vite che si incontrano sulla soglia della porta. non ci baciamo mai sulla porta. mai. solo abbracci, che quelli vanno bene sia che ci si riveda la sera sia che se non ci si riveda mai più. un sorriso negli occhi. un giro di chiavi. andiamo a vivere nel mondo.

immagine:  http://julianolopesarte.carbonmade.com/


giovedì 31 gennaio 2013

Tra ciò che può e ciò che c’è


Che uno si prende quello che può e non quello che c’è, ché se non c’è non potrebbe prenderselo e sai che dispiacere? Allora come se lo prende, dici tu. Niente, che ti posso dire? Ognuno ha un modo suo. C’è chi si prende un mucchietto di parole e fa una montagnetta e in cima ci mette un pensiero. C’è chi prende un pennello e adora sentire prima le setole sui polpastrelli, poi li immerge nell’acqua e poi è il turno del colore. C’è chi accende la radio e pulisce per terra con lo swiffer, che piace vedere la polvere che pare del cotone sporco, e poi prende il panno lo chiude con cura e lo mette nel sacchetto di plastica. Poi ci riflette e pensa: ma è riciclabile lo swiffer? E se sì, dove lo piazzo? Poi c’è chi si mette su youtube, si crea un canale preferenziale per le proprie emozioni e se le conserva per crearsi una strada da ripercorrere per ricordare. Poi c’è chi si avvolge le dita con il nastro, si infila le scarpette e si mette a scrivere poesie con il corpo.

Poi c’è chi crede di non saper fare nulla e si prende quello che può con uno sguardo verso il cielo, una mano tesa nell’aria, una guancia immaginata accanto alla propria.

C’è chi si prende l’infinito in un abbraccio.

C’è chi si apre al silenzio racchiuso negli spazi tra le parole, perché non si affida alla carta, ma solo alla fede dei propri sentimenti.

C’è chi può. C’è chi c’è. C’è chi, pur non potendo, c’è. C’è chi, pur essendoci, non può.

C’è che come la rivolti, che sia una sbavatura di colore, una virgola, una nota, lì ci siamo noi.

Grumo.


-E vidi, vidi che era morte intensa, era di quella vita che si accumula nella bocca dello stomaco. Morsa e macigno da portare giù lo spirito, espellerlo dal corpo e le membra, fantoccio in balia del male. E non era male d’immaginario collettivo o tradizione religiosa. Era il mare dentro. Marea vischiosa di cemento appena gettato.

Vaso di Pandora che non lascia dentro la speranza, ma apre un varco in fondo al vaso, un buco e niente fuoriesce, diviene gorgo, bocca che vomita buio. -

Noi, spettatori avvinti da una coperta gelida, lasciata fuori nelle notti sotto zero d’amore. Lasciati inebetiti di fronte a verità che in fondo son ben visibili, ma nascoste bene da noi stessi. Noi che non possiamo non porci domande scomode. Oppure scegliamo di seppellire tutto, e le nostre certezze però diventano illusioni che segretamente conosciamo, che coscientemente rifiutiamo. Ma è tutto inutile, ormai sappiamo. Sappiamo. Non si torna indietro.

Si può cadere a fondo, senza più avere la forza di rialzarsi, come un finale aperto che perde la sua natura. Può un finale non essere fine? Sì, può. E non dobbiamo sconvolgerci neanche. Se ci pensiamo, Haneke non fa altro che aprire porte che la vita lascia spalancate o socchiuse. Ma che stanno, stanno lì, con i loro misteri. Questa è la vita, un mistero che si accetta, si combatte, delira o si compatisce. E una vita così, scarna, pulita, essenziale, ma così disperata, può essere davvero accettata a testa bassa? Possiamo noi che vediamo, assistiamo all’amore e al dolore, alla privazione di dignità, alla malattia e a molto altro, lasciarci travolgere solo dal buio? Solo dall’incredulità? Lo shock è fortissimo, lo stomaco che si contorce e il cuore che diventa davvero pesante ingigantiscono pensieri che possono essere pericolosi. Haneke da spazio al nichilismo del corpo, dello spirito, dell’amore, dell’insanità mentale. Haneke apre abissi interiori. E ci lascia lì, sul ciglio di un brivido, di un’inquietudine profonda. Spetta a noi saltare nel buio, voltarci dall’altra parte, scappare immediatamente. Osservare le interiora della paura.

Io credo che Haneke, sebbene racconti della morte, non fa altro che farci conoscere la Vita. Che ci piaccia o no, la Vita, quella che non si nasconde più, che viene a galla, e dove possono anche annegare la speranza e l’amore.

La scelta dello spettatore è la fine del film. Il finale della pellicola lascia le porte aperte, la scelta dello spettatore di imboccare una delle porte, è la fine. E forse, l’inizio di una nuova coscienza. Di una nuova umanità, forse meno innocente e disillusa, ma più consapevole che se sceglie di amare, lo sceglie dolorosamente oltre che preso dalla tenerezza e le morbidezze che esso offre.

Nota: le suggestioni di questo post sono frutto del fil “Amour” di Haneke.

mercoledì 30 gennaio 2013

Vertigine

 
Si può tremare anche da seduti. Colti dalla paura, dalla frenesia o dall'amore, si può cadere ininterrottamente dentro una vertigine che toglie il fiato. E allora allarghi le dita, cerchi un appiglio, ma sei seduto e ci sei solo tu e la tua sedia, nient'altro. In una stanza grigia, quel bel bianco sporcato dalle bugie o dalle illusioni, le preoccupazioni e chissà cos'altro. E ti piglia quella vertigine pesante che non ti eleva, ti sospende. E rimani sospeso in quell'emozione come se non esistesse nient'altro. Come se non si cercasse neanche una via d'uscita. Si chiudono gli occhi e la nausea ti prende lo stomaco. Tutto trema. Trema un grido che all'interno si agita, è un terremoto, e sale sale fino alla bocca muta.
E apri gli occhi come se potessi distruggere tutte le pareti con lo sguardo. Uno sguardo rosso, blu, verde, una vertigine diversa perché non ti porta verso te stesso, ma si diffonde nello spazio come un'increspatura d'acqua su un lago.
E diventi quell'urlo, quel colore, quell'onda che abbatte i muri, abbatte la paura, gli sbagli, i castelli di carta, le difficoltà della vita. E ti alzi dalla sedia, quel peso gravitazionale che ti schiacciava non cè più o se c'è, comunque la vertigine colorata è più intensa. Intorno a te: mare, spiaggia, deserto, cascata. Tutto il mondo in uno sguardo circolare, la vertigine finale. Quella che ti riporta nella vita.

domenica 27 gennaio 2013

linguaggio per sordomuti

Gesti
gesti che richiami quando c'è troppo da vedere
gesti
gesti che riscopri quando pensavi che non ci fosse più niente da vedere
allora chiudi gli occhi e...
si copre le orecchie quando non vuole sentire più se stesso
si porta una ciocca dietro l'orecchio
alza il sopracciglio quando sa di avere ragione
passa un indice sulla tempia
passa il palmo sul suo cuore
inarca la testa sempre un po' più a destra
si schiocca le dita
accenna un sorriso se vede un bambino per strada
fa una smorfia se sente un odore di fumo
azioni piccolissime e di una precisione maniacale
gesti
cose insignificanti di cui la gente s' innamora proprio
non è che una persona è amabile, affascinante, buona, stronza, timida, taciturna, chiaccherona, intelligente, saggia, gentile, brusca
non è che una persona è affidabile, comprensiva, complicata, espansiva e così via
sono i gesti
sono quelli che ti bucano qualcosa dentro, scavano un pochino e si sedimentano
sono i gesti che richiami quando non ami più, per amare ancora, ravvivare un fuoco
o quando ami troppo, e cerchi di stemperare la tensione emotiva, fermi un po' l'onda con i gesti
sono quelli
i gesti
la gente di questo s'innamora.
Dei gesti
se sia la cosa più superficiale al mondo, o la verità del secolo, nessuno lo sa
manco chi si innamora.